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Maria Maddalena Canevari detta "Ucci" non è nata a Zerba, ( l'anno non si può dire), ma è come se lo fosse ( colloquio Maggio 2006 ) * Gentile signora Ucci, mi perdoni il diminutivo, ma, per me che non sono originario di qui, l'ho sempre sentita chiamare così, ed oltretutto mi sembra un nomignolo molto simpatico e che molte le si addice. Era da tanto che desideravo chiederle di pescare nei suoi ricordi per rivivere e per ricordare anche ad altri cos'era Zerba molti anni fa, perchè sono certo che lei ha molto da dire. Quindi, cominciamo pure a ruota libera, in ordine sparso, di mano in mano
che gli argomenti si affacceranno alla sua mente. Partiamo dai mestieri
scomparsi: mulattieri, tagliaboschi, carbonai (di legna). La Valle del Boreca ( i Mulattieri )La nostra piccola valle, si incunea profondamente fra i confini di tre province: Pavia, Alessandria e Genova che unitamente alla nostra appartengono, per uno strano gioco di spartiacque, a quattro diverse Regioni. La sponda destra del Boreca è territorio del Comune di Ottone, mentre la sponda sinistra appartiene al Comune di Zerba. Fino all’anno 1936 (?), quando fu ultimato il tratto di strada carrabile Cerreto-Zerba, i paesi della Valle erano collegati fra di loro e con le via di comunicazione provinciali e statali esclusivamente dalle strade “mulattiere”. Oggi molti tratti delle antiche mulattiere sono scomparsi a causa delle frane e degli smottamenti, ma anche là dove il bosco le ha inghiottite, è facile trovare dei segmenti di strada con i muri di sostegno ancora intatti e la sede lastricata da grosse pietre: il “rizzueu” aveva lo scopo di evitare l’erosione delle acque e di impedire che il passaggio delle slitte e degli animali formasse solchi profondi. Le grosse pietre, ora coperte di muschio e licheni erano lucide, per il passaggio delle slitte e spesso profondamente incise dai ferri dei muli e dei buoi, ma anche bagnate dal sudore degli uomini e degli animali che le calpestavano faticosamente giorno dopo giorno. I piccoli centri abitati della Valle del Boreca, appaiono ancora oggi , compatti e raccolti attorno alla chiesa con il relativo campanile, ma il bosco ha ormai cancellato completamente il territorio un tempo coltivato. Restano visibili in parte i muri di sostegno, che permettevano di trattenere strette fasce di terra strappate all a roccia e qualche orto ancora coltivato. Ma fino a pochi decenni orsono i villaggi erano autonomi per molti generi di prima necessità. Producevano: grano, granoturco, patate, legumi, un po’ di frutta ed uva, solo a fondo valle. Dal pollaio e dalla stalla ricavavano carni, uova, latticini e ottimi salumi. Anche gran parte del materiale edilizio veniva reperito in loco: legname, pietre, “ciappe” per i tetti, calce e sabbie. C’era, e c’è tuttora, grande abbondanza di legna da ardere. Ciò permetteva agli abitanti della valle di sopravvivere malgrado i collegamenti insufficienti con il resto del mondo. A rifornire le piccole botteghe di tutto ciò che non era possibile procurarsi sul luogo, provvedevano i “Mulattieri” con le loro carovane di muli. Erano: BEREMIE’ da Casanova; i Fratelli POGGI e PINO CAROSIO da Varzi; I Fratelli FACCINI da Samboneto; BIASCIN, GINANNE, RODOLFO da Bogli; CHILIN da Artana ed altri ancora.
Arrivavano. E dai “ basti “ dei muli scaricavano: pasta, sale,
tabacchi, scatolame, olio, petrolio per i lumi e il vino. quest’ultimo veniva
trasportato nelle pelli di capre rovesciate. Un lavoro duro: iniziava molto
prima dell’alba, quando si sentiva sul “rizzeu” lo scalpiccio degli
zoccoli dei muli che andavano a caricare la legna e il carbone che i boscaioli e
i carbonai avevano accatastato nei punti di raccolta. Tornavano a sera,
spesso con il buio incitando a gran voce gli animali e facendo schioccare
ritmicamente la lunga frusta ( stàffi ). A Zerba trovavano lo stallaggio,
governavano le bestie, le abbeveravano alle fontane, poi le cibavano con la
biada, crusca, fave e carrube. Indimenticabile resta, per chi l’ha potuta ammirare, l’immagine del mulattiere che cavalcava il mulo bardato a festa in occasione della Sagra del paese o di un matrimonio. L’animale con la “bardella” ( la sella leggera ) e la sonagliera e i finimenti ornati di borchie di ottone luccicante e i pendagli colorati che parevano danzare al più piccolo movimento del mulo, che procedeva a testa alta, quasi fosse consapevole del suo splendore. Il mulattiere rigorosamente in abito di panno nero, aveva la dignità di un nobile cavaliere sul suo cavallo. Il lavoro del mulattiere è scomparso, quasi improvvisamente, negli anni cinquanta, quando le antiche mulattiere vennero in parte ampliate o affiancate da tratti di pista sterrati e percorribili con i mezzi motorizzati.
Con i mulattieri sono scomparsi altri due lavori tipici della valle: i
Tagliaboschi Erano squadre di uomini, spesso bergamaschi o bresciani che tagliavano i boschi a cottimo per conto dei commercianti di legname o degli stessi mulattieri. Vivevano tutti insieme in alloggi di fortuna e si spostavano, a lavoro ultimato verso altre vallate. i Carbonai Anche alcuni degli abitanti dei nostri paesi, oltre al lavoro del contadino facevano i carbonai, ma più spesso venivano dalla Toscana, dal veneto e dal Friuli. Si trasferivano con tutte le famiglie, si costruivano le loro capanne nel bosco, dove dovevano cuocere la legna per produrre il carbone e lì vivevano anche per anni. Conducevano una vita di fatica, povera e molto autonoma. Avevano scarsi contatti con gli abitanti della valle e a fine lavoro ripartivano con i loro pochi bagagli. Le capanne, abbandonate, venivano in breve tempo riassorbite dal bosco. “San Gragnurà” Ovvero, come la statua equestre di un antico condottiero viene innalzata alle glorie degli altari. Il fatto: La campagna di Zerba era stata colpita nel mese di maggio di tanti ( quanti non sappiamo ) anni fa, da una grandinata così eccezionale e distruttiva che nessuno ne rammentava una uguale. Allora si coltivava: il frumento, il granoturco, le patate e la vite, tutte colture che a maggio, se colpite da una forte grandinata sono irrimediabilmente perdute. Così accadde con le conseguenze che possiamo immaginare, per la povera economia del paese. Gli Zerbesi decisero che in quel giorno, ogni anno, avrebbero sospeso il lavoro per assistere ad una Messa ex voto, per rivolgere suppliche a Dio perché una simile calamità fosse loro risparmiata in futuro. Il si dice. Si dice che un gruppo di uomini di Zerba, diretti in Lomellina, per “ la campagna del riso “, come chiamavano il periodo che trascorrevano nelle risaie, appunto per tagliare il riso, scesi dal treno, attraversarono una piazza dove campeggiava un monumento con una statua equestre. Un ragazzo del gruppo, che usciva per la prima volta dal paese, si fermò a guardare meravigliato e chiese chi fosse lo splendido cavaliere. Il solito burlone, che gli stava accanto, non perse l’occasione per giocargli un brutto tiro e gli disse “ E’ San Gragnurà “, letteralmente San Grandinante. Il ragazzo si tolse rispettosamente il cappello ed accennò ad un segno di croce. Così si dice e si racconta ancora sorridendo. La Serenata Un‘usanza gradita alle ragazze e piacevole da ascoltare per tutti, che si interruppe definitivamente negli anni cinquanta del secolo appena concluso, quando i giovani protagonisti emigrarono in massa, in cerca di lavoro, verso le città. I ragazzi, alla sera della Festa, si radunavano sotto le finestre delle ragazze, non di tutte, delle più graziose ed ammirate e intonavano bellissimi cori che potevano protrarsi per ore. I canti comprendevano, oltre ai classici genovesi, canzoni della montagna ed altre molto vecchie i cui versi possono farci sorridere. Ad esempio: “
Tengo un cavallo bianco, lo
tengo in scuderia, per
portar l’amante mia, portarla
a passeggiar portarla
a passeggiar . . .” E ancora: “ Vieni con meio
non amo che te un
amore più grande non c’è. Un
abbain Una
panca e un giardin È
una reggia Se
tu sei vicin. Un
bicchier d’acqua Ed
un bacio ardente Questo
è l’amor Per
chi non ha niente, un
bicchier d’acqua un
bacio ed un fior basta
per fare l’amor . . . “ La ballata più apprezzata nelle serenate perché difficile da cantare e che prevedeva dei bravissimi coristi era : “ L’Usignolo “se
diventar potessi un
usignolo, per
te vorrei cantar la
mia canzone; spiegar
vorrei a te tutto
il mio bene, per
essere da te rinchiuso
in prigione. Ogni
mattina Ti
sveglierei col canto ed
ogni sera io
ti addormenterei. Cuore
gentile Tu
mi ameresti tanto Confonderesti
i tuoi baci Con
i baci miei d’amor. . . Aprile
non è aprile, aprile
senza fior amore
senza baci non
è sincero amor . . . Nota Bene. I frammenti dei testi sono tramandati oralmente e possono contenere imprecisioni. Le regole non scritte, ma codificate dalla tradizione, prevedevano che la ragazza oggetto dell’omaggio non si affacciasse alla finestra e non accendesse la luce, non sarebbe stato corretto, per il decoro nemmeno mostrarsi compiaciute il giorno dopo. I ragazzi, da parte loro, non cantavano mai canzoni volgari e sguaiate, solo a volte un po’ maliziose. Il messaggio veniva certo inviato e anche recepito; non c’è dato sapere se c’era un seguito. . . Per testimoniare la dignità della “Serenata” basti dire che anche il genitore più severo e intransigente non trovava niente da eccepire su questa manifestazione canora che si teneva sotto le finestre di casa sua. |
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