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              Zerba val Boreca
Sono tanti i libri che parlano di Zerba. Vi proponiamo alcuni brani
dai Libri
Gli articoli che seguono sono stati tratti da libri, magari poco conosciuti ai più, scritti, lo si capisce perfettamente, da persone che hanno amato le nostre zone, che si sono rigorosamente documentati e che hanno saputo descrivere ciò che loro suggeriva il cuore.
La Val Boreca la si incontra in località Valsigiara, poco dopo l'abitato di Ottone, il paese di riferimento della zona.
Prima di un viadotto sul fiume, che sostituisce un ponte portato quasi via dall'alluvione del 1985, si svolta a sinistra, seguendo l'indica- zione Zerba.    
La strada della val Boreca procede verso ilcapoluogo di Zerba zigzagando tra gli alberi del bosco fino a che la vista si allarga, poco prima dell'abitato di Cerreto, sui giganteschi contrafforti verdeggianti che si innalzano sul fianco meridionale. L'imponente catena montuosa si erge, interamente ricoperta di boschi, compatta come una immensa parete di alberi. A metà della linea di crinale emerge la punta del Monte Alfeo, la vetta più alta, dove la neve, in primavera, indugia più a lungo. Non una casa, non un segnale di vita interrompono per un lungo tratto questa cortina quasi verticale di boschi, dove si osservano soltanto i solchi incisi dai torrenti.
All'improvviso compare, come una sorprendente visione, l'abitato di Tartago, aggrappato a un conoide che, liberato dal bosco, è stato sistemato a terrazze. In questo piccolo triangolo di verde più chiaro si raggruppano le poche case del paese. Il singolare spettacolo si ripete poi per i più lontani borghi di Belnome e di Artana, che spiccano entrambi dal densosottofondo del bosco con le loro casette intonacate e il bianco campanile della chiesa.
Proseguendo per Zerba e quindi per Vesimo, Pej e il passo Giovà la strada si inoltra, restando sempre sulla sinistra idrografica del torrente, in un ambiente assai diverso da quello selvaggio dell'altro versante, dominato dalla verde dorsale dell'Alfeo: affioramenti di roccia giallastra, entro cui la strada sembra essere stata ricavata letteralmente a colpi di scalpello, paesi ancora abitati, viabilità agevole, rimboschimenti di giovani conifere. Infine, sui terreni liberi dal bosco, le prime apparizioni di quei terrazzamenti, di sapore così tipicamente ligure, che saranno una costante nel paesaggio della più alta val Trebbia. Qui, nei giorni di festa e durante la bella stagione, è facile imbattersi in escursionisti e in gruppi di cavalieri (e ciclisti ndr.). A costoro, più che ai frettolosi cursori in automobile, riuscirà di apprezzarpieno la grande bellezza di questa valle.
La val Boreca rappresenta, con i suoi cinquantun chilometri quadrati, il sottobacino più esteso della val Trebbia, dopo quello, ovviamente, dell'Aveto che resta incontrastato, l'affluente più importante.
  L'interesse della valle, tuttavia, non risiede tanto in questo elemento quantitativo, bensì nella spiccata qualità naturale del suo ambiente, fra i più intatti di tutto l'Appennino. La presenza dell'uomo oggi si è ridotta a tal punto che alcuni dei paesini della valle si possono definire del tutto abbandonati. Altri restano presidiati solo da un pugno di abitanti per poi ripopolarsi un poco nel periodo estivo con un modesto turismo costituito quasi esclusivamente dal ritorno temporaneo dei discendenti degli antichi emigranti. L'energia elettrica, dove c'è, è stata portata in valle solo da pochissimi anni grazie agli elicotteri che dall'alto hanno calato i tralicci. La val Boreca è infatti assai scoscesa e profonda, con profilo a "V" strettissimo, per nulla addolcito dall'erosione glaciale di cui non si trova alcuna traccia. Il centro principale - si fa per dire - è Zerba, che ha dignità di Comune, ed è dominato dai resti di un castello.
Alcuni ritrovamenti archeologici testimoniano di una popolamento antichissimo della zona. Si favoleggia anche di un sosta dell'esercito di Annibale in val Boreca dopo la celebre battaglia del Trebbia contro i Romani nel 218 a C.. Ne farebbero fede alcuni toponimi (la stessa Zerba, Artana, Tartago) che si vogliono di ascendenza fenicia. Prove storiche del passaggio di Annibale comunque non ve ne sono e non è neppure certo che il condottiero, dopo la battaglia, per attraversare l'Appennino abbia risalito il Trebbia.
Come si è detto il pregio principale della val Boreca è il suo patrimonio ambientale, con castagni e faggi d'alto fusto e boschi cedui anch'essi di castagno e faggio, oltre che di rovere e di carpino. Vi si trovano pure boschi di resinose di impianto artificiale (comuni anche nella contigua valle dell'Avegnone) e ampie praterie dominate dalle cime del Monte Lesima a nord (la vetta più alta di tutta la val Trebbia con i suoi 1724 metri s.l.m.), Chiappo e Carmo a ovest e Alfeo a sud, tutti raggiungibili attraverso sentieri che in parte salgono dal versante piacentino di Ottone e Zerba e in parte invece hanno origine dal passo del Giovà, che rappresenta l'accesso della val Boreca dalla parte pavese.
  Di fronte al tracollo economico della valle, testimoniato dai numerosi paesi letteralmente abbandonati, veri e propri fantasmi di un passato neppure troppo lontano, l'unico patrimonio che può essere messo a frutto rimane la natura e il paesaggio, che in val Boreca raggiungono una qualità così elevata da configurare qui uno dei centri più interessanti di un auspicato futuro Parco della val Trebbia. Come un tale parco possa anche divenire occasione di sviluppo è una domanda ardua che ci condurrebbe a complesse riflessioni, da estendere del resto a gran parte del nostro territorio montano. Ma che tale sviluppo in futuro non possa prescindere dalla valorizzazione dell'ambiente è una sensazione sempre più diffusa.
tratto da: UN ISOLA TRA I MONTI - Fabrizio Capecchi - Edizioni CROMA - 1990
LA VAL BORECA
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Questo argomento lo si sarebbe potuto trattare nella parte riguardante la Val Trebbia; il torrente Boreca è, infatti, suo affluente di sinistra. Ma, per il singolare legame che ho stabilito con questo luogo, ad esso ho riservato e ultime pagine di questo libro. Al termine di due anni di paziente lavoro, ricordo con gioia la valle che ha registrato il mio primo incontro con questa stupenda regione. Lì è nata l'idea di quest'opera;lì è scattata la passione che sempre mi ha accompagnato nelle innumerevoli ricognizioni, durante le quali ho raccolto il materiale ora qui riunito. Il paese di Pey è stato il mio costante punto di appoggio.
Avevo sentito parlare, per la prima volta, della val Boreca, da un amico di Asti, che vi si recava per la pesca delle trote. Dovetti ricorrere ad un particolareggiato atlante stradale per localizzarla esattamente. In quell'occasione notai il curioso intreccio di valli che si raccolgono intorno allo spartiacque fra il Trebbia e lo Scrivia, per di più delimitate dai confini di quattro province appartenenti a quattro regioni diverse. Una situazione, certamente, singolare.
Decisi un sopraluogo, per verificare di persona le qualità e le circostanze che mi erano state descritte. La val Boreca, sulla carta, era la meno segnata da strade e paesi, e la scelta cadde su quella. Abbandonata la strada statale poco prima di Ottone, imboccai la diramazione sulla destra. Avvertii, da quel momento, una certa trepidazione, che in seguito mi accompagnòper tutta la giornata; accade, quando ci si inoltra in un luogo sconosciuto, dove, al desiderio di scoprirne l'aspetto si somma il timore di violarne i segreti. Una sensazione accresciuta dalla cupa parete nord  del M. Alfeo, che incombe sulla strada, ripidissima e ricoperta da un folto bosco di faggi.
Poco più avanti, su di una propaggine del M. Alfeo, un piccolo pianoro fra gli alberi ospita il paese di Tartago. In un primo tempo pensai che non era possibile raggiungerlo in macchina; non mi ero accorto che la strada sterrata attraversa il greto  asciutto del torrente, per risalire, con numerosi tornanti, l'opposto versante. La mancanza d'acqua in quel punto è dovuta al fatto che, poco più a monte, sotto l'abitato di Zerba, il corso del Boreca è imbrigliato da una diga, da cui partono le condotte che sbucano in val Trebbia, vicino aLosso, dove si trova una piccola centrale elettrica.
Proseguii per Cerreto, Zerba, Vesimo, lungo una strada scavata nella roccia, allora priva di parapetti. Il torrente era scomparso alla vista, e dovetti fermare la macchina e sporgermi nella gola, per scorgerne piccoli tratti biancheggiare fra i sassi. Vesimo, si dice, è il paese sul quale splende sempre il sole; persino quando (un fenomeno strano, anche da me più volte constatato), le cime intorno e gli altri paesi sono avvolti nella nebbia. Da Vesimo si gode uno splendido scorcio  sulla parte alta della val Boreca, nei suoi ultimi sette chilometri, in cui il corso del torrente  volge a Sud, fino alle pendici del M. Carmo. Da Vesimo parte l'unica strada che attraversa il Boreca, frequentemente minacciata dalla caduta di massi, lungo la quale si raggiunge, sul versanteopposto, il paese di Belnome.
Dalla corona di monti si staccano ripidi crinali coperti di boschi, che si intrecciano fra loro, costringendo il torrente a descrivere anse, a superare anfratti rocciosi, a formare altre cascate e pozze d'acqua blu, profonde anche diversi metri. Uno spettacolo che si può osservare solo risalendo il torrente. E' quello che feci quella prima volta, da solo, con un pizzico d'incoscienza, che mi spinse in un'avventura che ritenterei volentieri, ma in compagnia di un amico. mi incoraggiò la passione che ho sempre avuto, fin da piccolo, per luoghi come questi; ed il ricordo di "imprese" compiute altrove, con mio padre , quando tutti gli anni, come meta di una giornata di pesca , si risaliva alle sorgenti di un torrente, in val di Vara. Era sempre emozionante, dietro un'ultima svolta, vedere scomparire il fiume in due buchi neri nella roccia, che sprofondavano nel cuore della montagna.
Ma le sorgenti del Boreca erano irraggiungibili. L'ultimo tratto era una ripida parete che lo scorrere dell'acqua aveva reso viscida e impraticabile. Abbandonai la gola, inerpicandomi sulla sinistra nel bosco di faggi. Raggiunsi , con fatica, la vetta del M. Carmo, da dove potei ammirare, per la prima volta, lo stupendo panorama delle valli fra il Trebbia e lo Scrivia. Da lontano scorgevo Vesimo, e la strada che scendeva al fiume nel punto in cui avevo lasciato la macchina. Era impensabile ridiscendere lungo il torrente; erano già passate le cinque del pomeriggio, e laggiù il buio sarebbe arrivato prima. Percorsi per un tratto il crinale, fin quando trovai un sentiero che scendeva a mezza costa per attraversare due paesi, che dal fondo della valle non avevo potuto scorgere. A Bogli chiesi alcune indicazioni per proseguire il cammino. Più volte, per l'approssimarsi della sera , perchè le forze cominciavano a venir meno e per la paura di smarrirmi, pensai che non ce l'avrei fatta; forse sarebbe stato più giudizioso chiedere ospitalità e pernottare lì, per proseguire l'indomani con la luce del giorno e con rinnovate energie. Ma, con un ultimo sforzo, affrontai l'ultima ora di discesa. Quando scorsi la macchina ero quasi commosso, perchè tutto era finito bene, nonostante un po' di timore. Erano le dieci di sera, e già avvertivo che dentro di me , in quel giorno, era nato qualcosa, e che quell'avventura avrebbe lasciato un segno e non sarebbe stata isolata. Da allora mi recai spesso nella "mia valle" e in quelle vicine, con la stessa passione di quella prima volta. Ma questo libro, testimonianza del tempo trascorso lassù, nacque proprio in quella lunga giornata di giugno.
tratto da:   Lungo il Trebbia - Mauro Busi e Andrea Chiari - ISTITUTO GEOGRAFICO DE AGOSTINI - 1987
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